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Un viaggio in Birmania o Myanmar, come si chiama oggi, inizia
sempre con una domanda: non andare a causa della dittatura
militare, oppure andare perché è l’unico modo per venire a
contatto con questo popolo meraviglioso, perché l’arrivo dei
turisti promuove la circolazione delle informazioni e sottrae il
paese dall’isolamento… Ovviamente abbiamo deciso di partire…
L’aereo proveniente da Milano si sta avvicinando ad Yangon
sorvolando a bassa quota la pianura che circonda la città e
qualcosa di irreale appare già ai nostri occhi: si vedono solo
capanne di bambù, le strade sono righe di terra rossa ed ovunque
ci sono pagode con il tetto dorato. Quando si apre il portellone
dell’aereo veniamo accolti dagli operatori dell’aeroporto
rigorosamente con le ciabatte infradito e lunga gonna anche per
gli uomini. Ad Yangon ci rendiamo subito conto che qui il tempo
sembra essersi fermato, non c’è nulla di quello che caratterizza
le moderne città occidentali, tutto ha il sapore di antico, di
surreale. La cosa che più impressiona il visitatore è ovviamente
la pagoda Shwedagon. Entriamo nelle zona religiosa a piedi nudi
e qui ci appaiono giovani monache rasate e vestite di rosa,
monaci più anziani vestiti di amaranto e gente comune che prega
con riti a noi del tutto inusuali: usando bastoncini di incenso,
versando acqua dentro a fontane ..ma tutto qui ha un fascino
mistico ed irreale. Intanto il sole tramonta velocemente
rendendo i riflessi dorati della grande pagoda ancora più
intensi. Il viaggio continua verso la piana di Bagan dove il
fascino della storia avvolge il visitatore. Salendo scalzi le
gradinate di un tempio, all’ora del tramonto è possibile
spaziare con lo sguardo fra migliaia di pagode color terracotta
che si infuocano al calare del sole. In Birmania vi sono
innumerevoli meraviglie storiche ed architettoniche attorno alle
quali c’è la vita della gente comune: contadini con bufali dalle
lunghe corna, artigiani che lavorano la lacca, l’argento e le
lamine d’oro usate per i sacrifici religiosi. Vi sono tessitrici
di seta che utilizzano arcaici telai in legno, venditori al
mercato seduti su sacchi di riso, vicino a ceste di verdura dai
colori sgargianti, alla carne esposta su logore tavole di legno,
vi sono i fabbricanti di carte fiorite utilizzate anche per
creare variopinti ombrellini…Giunti a Mandalay visitiamo il
monastero Mahagandayon, dove è possibile vedere i monaci nella
loro semplice vita quotidiana fatta di gesti tramandati da
generazioni. All’ora del pranzo essi si allineano in una
lunghissima fila per ricevere il pasto giornaliero. Poco
distante vi è l’U Bein Bridge, il lunghissimo ponte pedonale in
tek un poco scricchiolante utilizzato dagli abitanti delle due
sponde del fiume e da improvvisati pittori che contrattano le
loro opere con i turisti. Mandalay è il posto in cui veniamo a
contatto con il fiume Irrawaddy, lungo 2000 km, linfa vitale per
i birmani che lo utilizzano per i trasporti, per l’irrigazione,
per abbeverare il bestiame, lavare i panni ed anche per lavare
se stessi. Il lago Inle invece è un luogo in cui la pace e la
quiete regnano sovrane. Il lago, poco profondo, ha permesso di
sviluppare un tipo di pesca con delle reti molto particolari
fatte a forma di cesto rovesciato. Anche il modo di remare con
l’aiuto della gamba è veramente particolare. Tutto attorno i
villaggi di palafitte, dove i bimbi vanno a scuola in canoa e le
famiglie si lavano nei canali. Qui finiamo nel mezzo di un
variopinto mercato galleggiante, visitiamo una scuola piena di
bimbi con divise bianche e verdi e le guance ricoperte di
thanaka, una crema biancastra ottenuta macinando radici. Questa
crema serve anche per impedire al sole di bruciare la pelle. Si
consideri che in Birmania la pelle chiara è considerato sinonimo
di bellezza. Il nostro viaggio si conclude all’aeroporto di
Yangon, con tanta tristezza lasciamo questo meraviglioso paese
dove abbiamo lasciato una parte del nostro cuore.
Stefano Gazzoli

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